Striscione per De Rossi: “Per chi hai corso, per chi hai lottato, per chi sei morto. Roma ti rende omaggio”

Ieri è stato l’anniversario dell’ultima partita di Daniele De Rossi, contro il Parma. Poco prima del fischio di inizio del match, l’ex centrocampista giallorosso ha caricato così i suoi compagni: “Per chi ho corso? Per chi ho lottato? Per chi sono morto? ROMA, ROMA ROMA!”. I tifosi giallorossi hanno voluto omaggiarlo con uno striscione che si riferisce proprio alle ultime parole pronunciate prima di scendere in campo lo scorso 26 maggio: “Per chi hai corso, per chi hai lottato, per chi sei morto. Roma ti rende omaggio”.

Zaniolo in gruppo tra due settimane

Come rivelato da Il Corriere della Sera, tra un paio di settimane Nicolò Zaniolo dovrebbe essere pronto per tornare ad allenarsi in gruppo. Procede così spedito il recupero del calciatore, che potrà essere a disposizione di Fonseca per l’ultima parte della stagione. La prossima settimana, il calciatore sosterrà una visita di controllo a Villa Stuart dal Professor Mariani.

La situazione ottimale, un’occasione da sfruttare

Manca sempre meno al fatidico incontro tra il Governo e le istituzioni del calcio italiano. Giovedì, finalmente verrà sciolto l’ultimo dubbio legato alla ripartenza o no della Serie A. In caso di ok per ricominciare, la data più probabile sarà quella del 13 giugno (da stabilire se si partirà coi recuperi o meno). Intanto a Trigoria si lavora da lunedì col collettivo e calendario alla mano, Fonseca avrà 3 settimane (4 in caso di ripresa soft coi recuperi) per allenare la squadra in piena serenità. Una di quelle situazioni ottimali, che tutti i mister del calcio moderno vorrebbe avere. Un qualcosa che tra rientro in ritardo dei nazionali, tournée in Cina, USA, non si ha neanche durante i ritiri estivi. Lo stesso tecnico portoghese non c’è riuscito, basti pensare gli acquisti di Smalling Mkhitaryan a campionato già iniziato. Un’occasione da sfruttare a pieno, specie per chi, anche se ormai ci siamo abituati, è alla prima stagione (abbastanza caotica) sulla panchina giallorossa. Ecco che, al netto degli infortunati (out Perotti, Zaniolo e Pau Lopez), si avrà l’occasione per lavorare meglio sui reparti e le situazioni di gioco. Quel nuovo sistema di gioco iniziato a inculcare nella mentalità di calciatori abituati a ben altri movimenti che, tra partite ravvicinate e una sfortunata serie di infortuni, non si ha mai avuta la possibilità di apprendere a pieno. Vale anche per il tecnico, arrivato in una Serie A non tanto blasonata a livelli di calcio europeo, ma sempre molto difficile dal punto di vista tattico. Non è un caso che si stia provando la difesa a 3, modulo abbastanza utile in Italia. Tutte premesse buone, una sorta di metafora di vita: un’opportunità data da un momento di crisi, che va sfruttata al meglio. Il passato è lì a fare da monito e non meno di una stagione fa si creò una situazione analoga: niente tournée, ritiro in una Trigoria rinnovata nelle strutture, quasi tutta la squadra al completo, tante premesse, il morale alto derivato da una stagione europea entusiasmante, poi come è andata a finire è cronaca. Forse il lato positivo di tutta la vicenda sta proprio nel fatto che dopo tutto, tornerà a parlare il campo

Vedremo un calcio diverso

L’inizio di ogni stagione è visto sempre con curiosità dai tifosi e dagli addetti ai lavori. Dopo 3 mesi di stop e qualche amichevole, si aspetta il fischio di inizio della prima giornata per monitorare lo stato di salute delle squadre: chi confermerà quanto di buono fatto nell’anno precedente, chi cadrà rovinosamente, chi non si discosterà dai suoi livelli. C’è curiosità anche per vedere i nuovi acquisti, i nuovi allenatori, con tutto l’entusiasmo tipico di inizio stagione.
Sarà curioso, quindi, vedere cosa accadrà a giugno, sempre se la Serie A dovesse veramente riprendere, come sembra. La Roma non gioca una partita ufficiale dal primo marzo, giorno della vittoria rocambolesca per 4-3 in casa del Cagliari. Se il campionato dovesse ripartire a metà giugno, saranno passati 3 mesi e mezzo dall’ultima gara ufficiale, poco più di quanto trascorra solitamente tra la fine della stagione e la prima gara del campionato seguente. Nel mezzo, ecco l’elemento di novità, non è accaduto niente. Almeno dal punto di vista sportivo, non è successo nulla. Il nulla più totale.
A giugno dovremmo vedere qualche operazione di mercato ma, per il momento, (quasi) tutto tace sul fronte. Non ci sono (e non ci saranno) amichevoli, non ci saranno eventi pubblici, presumibilmente nemmeno le conferenze stampaNiente ritiri in montagna o tournée in giro per il mondo. Niente tifosi, niente di niente. Assisteremo a un unicum mondiale, di cui stiamo avendo un piccolo assaggio con la Bundesliga: il calcio riprenderà in un clima che più ovattato di così non si può, con la gente concentrata sulle proprie vite, sulla ripresa delle attività, sulle difficoltà economiche, sull’incertezza del futuro, e questo non farà che abbassare ulteriormente l’attenzione su uno sport, il calcio, solitamente abituato a monopolizzare il dibattito sociale.

Infine, sarà interessante capire come gli allenatori gestiranno le forze a disposizione dovendo giocare ogni tre giorni. Assisteremo a gare a bassa intensità, probabilmente con un pressing non eccessivo o addirittura nullo anche perché a luglio, con una temperatura ben oltre i 30 gradi, sarà un’impresa riuscire ad arrivare al 90’ senza stramazzare al suolo. Vedremo un calcio diverso, figlio del tempo, figlio di un’epoca storica (speriamo) irripetibile.  

Il piano di Friedkin: 85 milioni da investire e trattenere Zaniolo e Pellegrini

Dan Friedkin ha riacceso l’interesse per la Roma e ora valuta il club 500 milioni di euro, una cifra di circa 100 milioni inferiore a quanto pattuito prima della pandemia di COVID-19. Come riporta Milano-Finanza, qualora il magnate americano subentrasse al posto di Pallotta, avrebbe a disposizione 85 milioni di euro da investire, grazie all’aumento di capitale. La strategia sarebbe quella di trattenere i due gioielli della rosa, Zaniolo e Pellegrini, e cominciare una nuova era per il club.

LIVE COVID-19 – Gravina risponde ai calciatori di Serie C: “Sarebbe paradossale uno sciopero adesso”. Malagò: “Anche se ci sono le condizioni per ripartire, c’è il rischio di nuovi ostacoli”. Manchester United: perdita di 23 milioni di sterline

L’allarme Coronavirus continua a tenere banco in Italia, con la nazione da poco entrata nella Fase 2. Stando agli ultimi dati, sul territorio nazionale i casi attuali positivi sono 60.960, con una diminuzione di 1.792 rispetto al giorno precedente. 156 i decessi, per un totale di 32.486. I guariti sono 2.278, portando il totale a 134.560. I nuovi contagi sono stati 642. Vocegiallorossa.it vi aggiornerà riguardo le principali notizie.

11:53 – Il presidente della FIGC Gabriele Gravina ha risposto, sulle colonne de La Repubblica, alla protesta dei giocatori di Serie C, i quali hanno minacciato di scioperare. Ecco le sue parole: “La Lega Serie A ha indicato il 13 giugno come data per la ripresa. Aspettiamo l’incontro con il Ministro Spadafora il 28 maggio per capire se e quando potremo fissare una data che in tanti aspettano: i tifosi, gli addetti ai lavori e le decine di migliaia di lavoratori dell’indotto che vedono i propri posti di lavoro a rischio. Sarebbe paradossale pensare a uno sciopero dei calciatori oggi che il Paese cerca di ripartire. Noi non abbiamo autorizzato i club a non pagare, sarà il Collegio arbitrale a decidere sui contenziosi relativi agli stipendi. I lavoratori di altri settori sono nelle stesse condizioni, perché i calciatori dovrebbero avere aiuti ulteriori?”

11:40 – “Non si può ricominciare senza avere una soluzione in caso non si riesca a portare a termine il campionato”. Così Giovanni Malagò, presidente del Coni, in diretta su Radio Incontro Olympia: “Lo ripeto da due mesi. Di 15 sport di squadra in Italia, solo il calcio è rimasto vivo: gli altri si sono tutti fermati senza assegnare scudetto e retrocessioni. Adesso anche se ci sono tutte le condizioni per ripartire con la Serie A, c’è sempre qualche piccola possibilità che ci possa essere qualche ostacolo. Playoff? Io ho chiesto di elaborare un piano B, poi sta alla FIGC decidere quale. In Germania hanno messo in sicurezza tutto il sistema, facendo subito l’accordo con le televisioni, qui in Italia non c’è niente. Non si può parlare se non si sanno le cose”.

10:50 – Con l’avvento della Fase 2, l’Italia è riuscita a riprendere fiato, ma ci sono ancora tanti nodi da sciogliere. Uno su tutti è quello di riorganizzare le modalità di volo in Europa. Come riportato da Repubblica, le raccomandazioni dell’Easa (European Aviation Safety Agency) e dell’Ecdc (European Centre for Disease Prevention and Control) prevedono un distanziamento di un metro e mezzo tra passeggeri (famiglie e soggetti che viaggiano insieme esclusi). Se questo fattore non è possibile, allora necessario è l’uso della mascherina durante tutto il volo, anche perché senza di essa non è possibile accedere agli aeroporti. In più, ai terminal gli accessi verranno limitati ed è previsto il consueto controllo della temperatura, in Italia l’allarme scatterà oltre i 37.5 gradi. I passeggeri dovranno inoltre compilare al check-in un’autocertificazione del proprio stato di salute e verrà inoltre ridotto il numero dei bagagli a mano.

10:35 – Tre nuovi orari per ripartire: 16.30, 18.45, 21. Questo quanto filtra dal protocollo che la Lega Serie A sta preparando per la ripartenza del campionato. Perciò, il turno delle 15 si sposterà alle 16.30, mentre quello delle 18 ritarderà di 45 minuti. Di sera, invece, si giocherà alle 21. Novità nel regolamento, con i giocatori che non potranno protestare e non potranno avvicinarsi a meno di 1,5 metri dai direttori di gara. Inoltre, le presenze in sala VAR saranno ridotte al minimo necessario. A riportarlo è La Gazzetta dello Sport.

10:10 – Alberto Zaccheroni, ex commissario tecnico del Giappone e allenatore di Inter, Milan e Juventus, alla Gazzetta dello Sport ha parlato della ripresa : “Le squadre devono lavorare sempre in base agli obiettivi. Coppa d’Asia e Mondiale, per esempio, li ho preparati come se fossero una stagione vera e propria, giocando le amichevoli. Adesso i club di Serie A non hanno il tempo di fare le verifiche. L’allenamento va bene, però poi è la partita che ti dà il maggior numero di indicazioni. Secondo me questa ripresa è una grande forzatura, i giocatori sono in uno stato anomalo come tutti. Il virus ha cambiato le nostre abitudini. In questi mesi di ripresa non si potrà caricare troppo, i rischi di infortunio con questa tensione emotiva sono alti”.

09:45 – Spazio alla situazione complicata in Serie C dopo che il Consiglio Federale ha bocciato la decisione, presa a larghissima maggioranza, dell’Assemblea di Lega Pro di sospendere definitivamente il campionato su La Gazzetta dello Sport che titola: “Serie C come caos”. I club ancora scettici vogliono aspettare il 28, mentre Gravina li spinge a tornare in campo. “In 52 avevano votato lo stop, ma adesso il numero sta calando. Ma i medici sono ancora per il no e qualche club è per la serrata”. Secondo quanto scrive la rosea sono solo due-tre per girone i club favorevoli alla ripartenza (Novara e Renate nell’A, Padova e Reggiana nel B, Bari, Monopoli e Ternana in quello C) con diverse squadre che al momento non si sbilanciano, ma una maggioranza ancora ampia contraria.

09:20 – Come riporta Tuttomercatoweb.com, situazione complicata quella del Manchester United, che ha fatto registrare fin qui una perdita di 23 milioni di sterline, destinata a salire ulteriormente a causa della pandemia di coronavirus. Un segnale d’allarme che vale per tutti i club non solo di Premier League, ma del mondo.

09:00 – Mentre a Roma emerge un altro focolaio di contagi nella Basilica di Santa Maria Maggiore, i romani prendono posizione riguardo la possibilità di sapere se hanno contratto o meno il COVID-19. Infatti, molti si sono recati nei laboratori di analisi autorizzati al prelievo di sangue venoso per la ricerca di anticorpi. Su diecimila persone è emerso che il 3% risulta essere asintomatico. Una percentuale leggermente più alta quella riscontrata nei 500 prelievi effettuati a Villa Mafalda del 4 maggio: 4,4%. Per la sanità privata romana, la Rete Artemisialb, “da un mese è partito un protocollo a titolo gratuito con Tor Vergata, ed elaborato da Maria Luisa Santoro”, ha spiegato l’amministratrice, Maria Stella Giorlandino. “Un’attività scientifica che fornirà una mappatura precisa a livello territoriale, quartiere per quartiere, e che è in corso di validazione”. A riportarlo è il Corriere della Sera (Roma).

Foro Italico, il direttore Molineris: “L’Olimpico ha un margine di adattabilità al protocollo non replicabile altrove”

Il direttore del Parco del Foro Italico Diego Nepi Molineris ha rilasciato un’intervista a Il Messaggero per parlare della possibile attuazione del protocollo sanitario allo Stadio Olimpico. Ecco le sue parole:

“L’Olimpico sta facendo stretching organizzativo in attesa della ripresa del pallone. Da qualche giorno abbiamo riattivato tutte quelle procedure di semina e lampade che hanno consentito a questo stadio di avere un prato sempre in ottime condizioni. Lo stadio Olimpico, proprio perché concepito per essere multichannel, ha un margine di adattabilità ai protocolli su cui si sta ragionando per far ripartire il pallone, che non è replicabile altrove. Si pensi solo al collegamento che definirei naturale tra campo e tribuna. Al punto che, come accade nel rugby, ospitare le panchine sugli spalti non sarebbe un problema. Senza le scalette degli aerei viste a Lipsia. Abbiamo quattro spogliatoi e stanze che consentono in tutta sicurezza ai calciatori di cambiarsi restando a distanza. Inoltre anche le squadre, come succede già adesso, possono facilmente avere differenti accessi senza venire a contatto”.

Mirante: “L’incertezza sulla ripartenza condiziona il nostro lavoro. Fonseca è l’allenatore giusto per la Roma”

Il ruolo di portiere si addice al suo carattere e Antonio Mirante ha potuto scoprirlo molto presto grazie al contributo del fratello maggiore. Dai campi infuocati della Serie D campana fino all’affermazione in Serie A: ecco l’intervista di ieri al portiere giallorosso sul sito asroma.com:

Chi era Antonio da bambino?
“Ero un ragazzo timido, molto riservato, mi sentivo più maturo rispetto che all’età che avevo. Ero piuttosto solitario, diciamo che il mio carattere mi ha naturalmente condotto al ruolo di portiere, agevolato anche da mio fratello che, essendo di quattro anni più grande, mi metteva in porta quando giocavamo a palla io e lui”.

Quindi hai iniziato da subito in porta…
“All’inizio era una costrizione ma poi fortunatamente è diventato il mio ruolo preferito, non ho mai avuto dubbi anche se da bambino sentivo come tutti l’attrazione per l’attacco. Giocavamo tanto per strada, io stavo sempre con mio fratello e i suoi amici. Le porte le facevamo con gli zaini, con i sassi, con le macchine o oppure sceglievamo un cancello. Anche quella è stata una grande scuola. A ripensarci ora sembra un’altra epoca”.

Anche alla scuola calcio sei stato portiere da subito?
“Sì, ho iniziato da portiere a 6 anni al Club Napoli Castellammare, una squadra della mia città. Lì ho avuto la fortuna di trovare un allenatore che mi ha dato delle ottime basi: Ernesto Ferrara. Da giovane era portiere anche lui ed è arrivato fino alla Serie B. Per lui sono passati portieri come i fratelli Donnarumma e Gennaro Iezzo. Per me è stato come un secondo padre”.

Da bambino avevi un modello o un idolo tra i portieri?
“Ne avevo diversi. Per la mia generazione i punti di riferimento erano Gigi Buffon e Angelo Peruzzi. Da piccolo mi piaceva molto anche Walter Zenga. Anche lo stile di Pino Taglialatela mi piaceva. A livello di tecnica invece ho sempre guardato con grande ammirazione a Luca Marchegiani”.

Di che squadra eri?
“Io ho sempre tifato per la Juve Stabia. È una passione di famiglia, siamo di Castellammare e ci teniamo tanto. Mio zio è uno storico tifoso, andavo spesso con lui, con mio padre e con mio fratello. Anche oggi la seguo molto. Quando ero piccolo era in Serie C1, poi è fallita ed è ripartita dalla D fino a risalire in Serie B dove è tornata quest’anno. Oltre alla Juve Stabia molte squadre di Serie C dell’epoca avevano un grande seguito, la Nocerina, il Savoia, la Turris, la Casertana, tutte squadre che alle spalle hanno delle cittadine popolose. C’erano tante rivalità ed erano campionati di alto livello in campo e per le tifoserie al seguito. C’erano tante partite belle infuocate. Quando potevo andavo anche in trasferta con il gruppo del rione dove abitavo, Madonna delle Grazie”.

C’eri nella finale playoff del 2011 al Flaminio contro l’Atletico Roma?
“No. Non sono potuto andare perché ero al matrimonio di Buffon quel giorno ma avevo seguito tutti playoff, sono stati bravi, come lo sono stati quest’estate”.

Dopo il Club Napoli Castellammare ti sei spostato al Sorrento…
“Sì, avevo 14 anni e dopo un anno nella categoria Berretti sono diventato titolare in prima squadra in Serie D. Come carattere ero già abbastanza formato, giocavo con i grandi e il nostro girone comprendeva squadre di Campania e Lazio, quindi c’erano partite abbastanza toste… L’ultima che feci prima di andare alla Juventus fu Pro Ebolitana-Sorrento e successe di tutto. Erano quasi tutti derby: c’eravamo noi, c’erano la Palmese, la Casertana, il Terzigno. Ogni domenica era una battaglia”.

Come è stato passare da questa dimensione alle giovanili della Juventus?
“All’inizio è stato difficile, ho lasciato casa da un giorno all’altro e lì c’era una situazione totalmente diversa. Passare dalle partite con la gente adulta agli allievi nazionali in un settore giovanile così strutturato è stato un po’ come ricominciare una trafila diversa. Sono cresciuto lì per 5 anni e nell’ultimo ero il terzo portiere della prima squadra”.

A quel punto potevi allenarti al fianco di portieri importanti…
“Nel primo ritiro estivo che ho fatto con la Juventus c’era Van der Sar che alla Juve non ha avuto molta fortuna ma era un portiere fortissimo. Poi è arrivato Gigi Buffon, con lui ho fatto due anni. È un fuoriclasse assoluto, un ragazzo di grande spessore e carisma ma al tempo stesso semplice, disponibile con tutti i compagni”.

Ti era già chiaro di essere a un passo dal diventare un professionista?
“In quegli anni abbiamo vinto per due volte il Viareggio e una volta la Coppa Italia. La Juventus aveva preso tanti giovani bravi, prima altri vivai erano superiori. Sentivo che ero vicino al mio obiettivo ma il percorso di un portiere è diverso rispetto agli altri calciatori. Uscire dalla Primavera e andare a giocare in Serie C era lo sbocco più naturale, andare in B era una fortuna. Dopo di che servivano ancora fortuna e bravura per riuscire a giocare e a emergere. Io sono andato in Serie B al Crotone che come allenatore aveva Giampiero Gasperini. Era una neopromossa e quell’anno ci siamo salvati bene, con tanti giovani forti come Matteo Paro, Daniele Gastaldello, Abdoulay Konko, Domenico Maietta, Tomas Guzman. Andando bene lì mi sono reso conto che avrei potuto avere una carriera di livello alto”.

C’è un consiglio che daresti a un giovane che vuole diventare professionista?
“Uscire da un settore giovanile è come passare dalla scuola al mondo dei grandi, dove ci si gioca tanto per raggiungere degli obiettivi, in cui ogni punto conta e possono esserci tanti ostacoli. La maggior parte dei giovani che esce dai settori giovanili delle grandi squadre lo fa in prestito. Per me non bisogna fare l’errore di pensare che ci sia una ‘casa madre’ che ti possa aiutare o coccolare. Bisogna calarsi bene dentro ogni contesto per affrontare in maniera adeguata le difficoltà che certamente si presenteranno. Non conta da dove arrivi, ti devi confrontare con tanti altri talenti che vengono da un percorso diverso ma che hanno il tuo stesso obiettivo”.

Dopo il Crotone sei passato al Siena: com’è stato l’impatto con la Serie A?
“Quella stagione iniziò con uno 0-4 in Coppa Italia contro l’Atalanta. Esordimmo in campionato con il Cagliari e dopo 10 minuti eravamo sotto e iniziavamo a vedere un po’ di fantasmi. Poi abbiamo vinto e la stagione è stata positiva. Dopo 25 partite però ho perso il posto, iniziò a giocare da titolare Marco Fortin. Dopo qualche partita l’ho riguadagnato. Anche lì ho avuto un grande preparatore, Francesco Anellino che purtroppo è scomparso in un incidente stradale. Era nello staff di Antonio Conte che lì a Siena era il secondo di Luigi De Canio”.

Dopo Siena sei tornato alla Juventus ma in Serie B. Che effetto faceva essere in una grande squadra ma in un anno così particolare?
“Avrei preferito continuare in una squadra in cui avevo più possibilità di giocare ma la Juventus mi ha richiamato. Ero in B ma in una squadra con quattro calciatori in campo nella finale del Mondiale che erano rimasti in più c’era Pavel Nedved. Era una situazione strana ma è stato un anno di grande formazione per me. Avevo 23 anni e ho cercato di imparare il più possibile. Il livello della squadra era altissimo e ce ne erano anche altre di alto livello, come Napoli e Genoa che sono salite con noi senza dover disputare i playoff”.

Dopo la Juventus la Sampdoria…
“Sono andato via dalla Juventus perché volevo giocare ma alla Samp non è stata un’esperienza felice. Ho avuto i miei demeriti. Prendevo troppo sul personale il fatto di non giocare sempre, avrei dovuto essere più spensierato ma so che non è questo il mio carattere. Sono state due buone annate a livello di squadra, abbiamo anche giocato una finale di Coppa Italia. Poi sono andato al Parma e ho trovato la mia condizione ideale. Il Parma è stata una squadra perfetta per me, per poter diventare un portiere completo. Fino a quel momento ero un portiere giovane, con delle buone qualità ma ancora non mi ero imposto del tutto. Lì sono maturato tanto, in più la città mi piaceva molto. Abbiamo ottenuto buoni risultati e mi sono consacrato come portiere di Serie A. Con Donadoni in panchina siamo anche arrivati in zona UEFA ma purtroppo non l’abbiamo potuta giocare…”

L’ultimo anno al Parma è coinciso con il fallimento della società: com’è stato viverlo da dentro?
“Ho visto tutto quello che in una società di calcio non si deve vedere. Un giorno sono venuti a sequestrare le attrezzature della palestra mentre ci stavamo allenando, cose da non credere. A oggi non so cosa sia successo a livello penale per i responsabili. Tutti i dipendenti sono stati trattati malissimo, è stata davvero una brutta pagina per il calcio. Eravamo arrivati sesti l’anno prima, eravamo pronti per l’Europa League ma la UEFA non ci ha dato la licenza e da lì è iniziato il calvario”.

Poi ti sei spostato di poco e sei arrivato al Bologna.
“Un altro club in cui sono stato benissimo. La squadra era neopromossa, il presidente Joey Saputo è una persona davvero perbene, la città è bellissima e lo è anche la tifoseria. Lì ho anche attraversato un momento non facile per un problema al cuore che mi ha tenuto fermo per tre mesi. Ho sentito tutta la vicinanza da parte di chi mi era attorno. Bologna è stata davvero una parentesi felice”.

Come è stato attraversare quel momento delicato?
“Il lieve malore da cui è iniziato tutto è stato il giorno dopo una partita contro il Torino. Nei primi 10 giorni ho pensato di tutto. Era subentrata tanta paura, mi è passata davanti tutta la carriera e non solo, anche tutta la mia vita. Avevo 33 anni, della carriera mi interessava tanto ma pensavo anche che 10 anni di Serie A me li ero fatti e che quindi potevo ritenermi fortunato. In quel momento il pensiero principale era stare bene. Mi sono curato a Roma al Policlinico Gemelli. Dopo 10 giorni di controlli è uscito fuori che fortunatamente non si trattava di nulla di congenito ma di un’infiammazione del miocardio e che quindi avrei potuto ricominciare a giocare. È stato un sollievo. Nonostante per tre mesi non potessi fare nemmeno una corsetta, mentalmente ero già proiettato sulla ripresa. Cercavo di seguire sempre la squadra, anche in trasferta. Una volta ripreso ad allenarmi ho provato a considerarlo come un comune infortunio superato”.

Come ti sei sentito al rientro in campo?
“È stato un Bologna-Atalanta. Abbiamo perso 2-0 e alla fine della partita il preparatore Luca Bucci mi ha detto che non mi aveva mai visto così teso ed era vero. Anche nei mesi precedenti ero molto nervoso e avevo perso quattro chili. Da un giorno all’altro mi ero trovato a un passo dal dover smettere. Ma mi ritengo fortunato per come sono stato seguito dal professor Paolo Zeppilli e dallo staff del Bologna”.

Durante la tua carriera hai stretto tante amicizie nel mondo del calcio?
“Io non sono d’accordo con chi dice che nel calcio non si possano stringere amicizie. Dipende dal carattere. Alla Juventus ho conosciuto Raffaele Palladino e siamo ancora amici fraterni. Al Siena ero un ragazzino e ho stretto un bel rapporto con Daniele Portanova che era giovane ma già era sposato con tre figli. Cassano è stato un grande amico per me sia alla Sampdoria sia al Parma. Eravamo un gruppo bellissimo anche al Bologna. Grazie al calcio ho conosciuto tante belle persone”.

Hai affrontato la Roma tante volte: come la vedevi da avversario?
“Affrontandola da portiere di una squadra piccola è sempre stata tosta. Ho sempre avuto l’idea di una squadra con un grande legame con i propri giocatori, da Totti a De Rossi fino a Florenzi quando sono arrivato e anche Pellegrini ora. È una cosa per cui ho sempre ammirato la Roma oltre che per il livello dei calciatori. Ho avuto delle partite felici ma per lo più ho preso batoste”.

E poi sei arrivato in giallorosso…
“Questa occasione è arrivata in un momento in cui non pensavo di lasciare il Bologna. Credevo però che fosse arrivato il momento di fare un’esperienza in una grande squadra. Ho trovato un ambiente che mi ha sorpreso. La Roma viene dipinta come una squadra piena di pressione io invece percepisco tutt’altro. Ho trovato strutture fantastiche, un ambiente eccezionale e una società di alto livello”.

C’è un ricordo che ti è rimasto più impresso della tua prima stagione qui?
“L’andata dell’ottavo di Champions contro il Porto. È stata una delle partite più importanti della mia carriera. La cosa strana di quella partita è che nonostante stessimo vincendo per 2-1, nei minuti finali non sentivo il normale desiderio che la partita finisse. Mi sarebbe piaciuto continuare a giocare anche oltre il 90’ ed è la prima cosa che ho detto a mio padre dopo il triplice fischio. Mi sono gustato ogni minuto, dalla doppietta di Zaniolo fino al risultato finale. Peccato per il loro gol arrivato in maniera quasi fortuita”.

Venendo alla stagione attuale, con Paulo Fonseca e con il tuo staff come ti stai trovando?
“È stata una bella sorpresa. Si è imposto subito benissimo, ha avuto un grande impatto sul gruppo e tutti abbiamo sposato le idee che ha portato, il suo atteggiamento e la sua proposta di gioco. È stato un vero peccato aver attraversato un periodo negativo alla ripresa dopo la sosta natalizia. Dopo una bella prima parte di stagione, quel mese ci ha penalizzati oltre misura ma ci stavamo riprendendo dal punto di vista dei risultati e del gioco. Credo che Fonseca sia l’allenatore giusto per la Roma”.

Poi è arrivato lo stop: come hai vissuto il periodo di quarantena?
“È stata dura dovere interrompere la nostra routine fatta di allenamenti, ritiri e partenze per giocare in campionato e in coppa. Ma ognuno ha dovuto rinunciare alle proprie abitudini e non sarebbe giusto da parte nostra lamentarci. Mi ha fatto piacere che nessuno della squadra se ne sia andato da Roma. L’ho visto come un segno di grande attaccamento e senso di responsabilità. Siamo stati tutti rispettosi l’uno dell’altro. Io stesso non ho mai preso in considerazione l’idea di andare a casa a Napoli che è a un’ora e mezza di macchina da Roma. In più la Società è stata fantastica, ci ha messo a disposizione da subito tutto il necessario per allenarci. Appena è arrivata l’ufficialità che la partita con il Siviglia non si sarebbe giocata, la prima preoccupazione della Società è stata la salute nostra e quella delle nostre famiglie. Anche per quanto riguarda le iniziative intraprese verso la città, non penso ci sia stato un Club migliore del nostro in questa fase. Mi ha reso davvero orgoglioso di farne parte”.

Come hai passato il tempo in casa?
“Ho visto tanti film e Serie TV e ho approfittato per studiare un po’ di inglese. Ho passato tanto tempo con il mio cane che tra l’altro avevo preso da poco. Ho provato ad approfittare al meglio di questo periodo particolare anche perché non mi piace lamentarmi e nemmeno chi si lamenta”.

Com’è andato il rientro a Trigoria in questa fase?
“Non è stato facile ripartire essendo divisi in gruppi, con le mascherine, senza poter utilizzare lo spogliatoio o fare partitelle ed esercitazioni di squadra. Questi primi giorni li ho vissuti come una preparazione per le prossime fasi. Dal punto di vista organizzativo abbiamo trovato le migliori condizioni per poter rispettare le restrizioni di questa fase. È difficile non avere la certezza sul quando si riprenderà e su quante partite dovremo giocare. Questo sicuramente condiziona l’impostazione del lavoro ma fortunatamente abbiamo uno staff tecnico e medico molto preparato”.

Hai voglia di ricominciare a giocare?
“Sì. Parlando del campionato, fino a qualche settimana fa temevo sarebbe stato difficile un accordo su come poter tornare a giocare anche se da parte nostra c’è sempre stata grande voglia di riprendere. Penso che il calcio possa essere una grande spinta per tutti per ripartire”.

Totti: “Per me la Lazio non esiste. Monchi una persona leale, ma si è circondato di egoisti”

“La Roma è un sogno che mi sono tenuto stretto”. Francesco Totti ha parlato al magazine spagnolo Libero. Ieri è uscita una prima anticipazione delle parole dell’ex capitano giallorosso. Ecco di seguito l’intervista completa.

La Roma o la Lazio?
Perché la Roma o la Lazio? A me non dovete chiederlo. Per me Roma è la Roma. La Lazio non esiste. Non posso fare paragoni. Ciò non significa che sto parlando male di loro, tutt’altro. Per me la Roma è unica, così come i suoi tifosi. Sono passionali, sentimentali, danno tutto per la maglia.

Sui tifosi della Roma
Sono sempre stato un tifoso della Roma. È stato un sogno vestire quella maglia, il numero dieci, la fascia da capitano. Una volta che sono riuscito a ottenere questo sogno me lo sono tenuto stretto. Sono stato più fortunato rispetto a molti altri. Roma per me è la città più bella del mondo. Mare, montagna, sole, amici, parenti. Per me è una città che non cambierei con nessun altra al mondo.

L’offerta della Lazio nella giovanili
Mia madre era della Lazio per mia nonna. Io giocavo nella Lodigiani, hanno chiamato i miei genitori e a me mi ha chiamato mio fratello Riccardo per parlare di queste due opzioni. Non ho avuto dubbi, mio padre e mio fratello erano della Roma. Ho scelto la Roma, però loro avrebbero preferito la Lazio perché avrebbe pagato. Per fortuna è stata la scelta migliore.

Sulle volte che è stato vicino al Real Madrid
Almeno due. Ne ricordo una, nel 2003. Mi restava un anno di contratto. Ci sono stati alcuni problemi con il presidente per altri motivi, non miei personali. E il Real Madrid mi offriva qualsiasi cifra per andare lì. Complessivamente qualcosa come venti, venticinque milioni. E alla Roma molti soldi. Io, tra alcune cose e altre, avevo una convinzione di andare dell’80%. Inoltre, con la Roma non vivevo il mio momento migliore. Mi hanno offerto molto, qualsiasi cosa, anche la “10” di Figo, che avrebbero venduto all’Inter. C’era Raúl, capitano, simbolo di Madrid, che era quello che guadagnava di più. Ogni giocatore che arrivava doveva guadagnare meno di lui. Ci ho pensato molto. Ilary (non eravamo ancora sposati) mi disse che stava lasciando il suo lavoro e che sarebbe venuta con me. Alla fine Sensi mi ha parlato, abbiamo chiarito tutto… E sono rimasto. È stata una scelta dal cuore in cui la famiglia, gli amici, i tifosi e la Roma hanno pesato molto. Ho avuto la sensazione di fare qualcosa di diverso da quello che fanno normalmente gli altri, che non respingono club di questo tipo. Mi sentivo un grande giocatore e, allo stesso tempo, diverso. Con l’amore verso una maglia. Giocare con loro (il Real Madrid, ndr), appartenere a quel gruppo, sarebbe già stato fantastico. Non giocare dall’inizio non sarebbe stato un problema. Il Real Madrid non è un club normale. A tutti sarebbe piaciuto giocare lì.

La relazione con Cassano
Cassano è un fratello minore. E’ venuto a Roma per me, perché diceva che fossi il suo idolo. Lo voleva la Juve ma ha scelto la Roma. Voleva giocare con me, era innamorato del mio calcio. Non ha avuto un’infanzia facile, così quando è arrivato a Roma l’ho portato a casa con i miei genitori. In allenamento massacrava tutti, a eccezione di me Batistuta e Samuel. Zebina, Delvecchio, Tommasi… quando sbagliavano un passaggio gli diceva: “Sei un pippone, vai a lavorare in farmacia”. Ti fa capire che personalità avesse. Era giovane e sfidava i trentenni. È vero che aveva torto, perché devi sempre avere rispetto .. Ma lo conoscevamo e sapevamo già com’era. L’abbiamo semplicemente accettato. A volte era persino esagerato, perché non aveva limiti, filtri, freni. Quando cominciava non la smetteva. Con Capello ha litigato milioni di volte. Si inseguivano in mezzo al campo durante l’allenamento. Ho visto scene incredibili, ma Fabio lo adorava perché sapeva di avere a che fare con un fenomeno. Capello voleva buoni giocatori, con carattere, e Cassano lo era.

Sul ritiro
Sono onesto con me stesso, con il mio fisico e con la mia testa. So che c’è un inizio e una fine. Però ci sono giocatori come Messi, Ronaldo, me… con il diritto di decidere. Avrei fatto bene alla Roma anche oggi, ma non perché sono Totti, bensì per l’ambiente, i giocatori, l’esperienza, il marketing, per tutto. Non avrei nemmeno dovuto giocare tutte le partite, una sì e tre no. Venti minuti in una, la Coppa…”

Su Luis Enrique a Roma
Non ha fatto bene, ma è anche vero che non aveva una squadra per vincere. Ci eravamo sfidati in passato come giocatori e mi aveva già lasciato il segno: cinque punti di sutura sulla gamba.

Vincere a Roma
E’ speciale perché succede una volta ogni venti anni. Purtroppo è la verità. Quando la Juve vince, festeggia solo una notte, quella della domenica. Lunedì è già finito tutto. Invece quando noi abbiamo vinto con Capello a Roma si è fatto festa per tre o quattro mesi. Una festa senza fine… perché non siamo abituati. Non siamo il Real o il Barcellona, forti anche in Europa. Se vinciamo tre campionati di fila, forse al terzo finisce l’euforia.

Il ruolo dell’allenatore
Ognuno ha la sua opinione. Per me l’allenatore è essenziale, ma più come gestione che come capacità di allenare. Se hai una squadra da 20 stelle, è difficile dire a uno di loro come fare la diagonale. Se fossi un allenatore, direi: “Mettiti la maglietta e gioca”. Cosa può dire Zidane a Sergio Ramos? Deve gestire il gruppo. Stile Mourinho, intelligente, sveglio. Si assume la piena responsabilità e dà libertà alla squadra. Per me questo è il concetto di grande allenatore.

Sul cucchiaio
Sergio Ramos ha la qualità per farlo. Tira i rigori molto bene, è un grandissimo giocatore. Però la verità è che oggi il cucchiaio si è convertito in un gesto banale, si fa come se fosse una cosa normale. Il mio all’Europeo contro l’Olanda fu spontaneo. E’ nato da una battuta in allenamento. E’ un gesto che mi è venuto sempre istintivo, ma non volevo mancare di rispetto a nessuno. Quando giocavo pensavo a chi pagava il biglietto e volevo farli divertire. Mi piaceva far divertire la gente e ci riuscivo quasi sempre. Anche nella Roma. Quando vedevo Zidane o Ronaldo fare certe cose mi identificavo con loro. Per questo mi piacevano tanto.

Su Zidane
Credo che Zidane sia uno dei cinque giocatori in tutto il mondo che hanno fatto impazzire i tifosi. Era completo, elegante, faceva quello che voleva. Aveva testa, piedi e spirito diversi dagli altri. Lo guardavo e lo ammiravo e ringraziavo la vita per avere questa possibilità.

Su Monchi
Un rapporto con alti e bassi. Non mi sono mai sentito importante nel progetto. Lui per me è una persona leale, sincera, molto professionale. Non è stato facile il suo arrivo. E’ passato da Siviglia, dove è rimasto per 30 anni, a Roma dove tutti si aspettavano il massimo. E’ arrivato in un momento singolare della gestione americana, penso sia stato mal consigliato. Non si è circondato delle persone che volevano davvero lasciargli fare il suo lavoro. Ha avuto fiducia in altri che pensavano di più a se stessi.

Essere Totti
Da una parte è bello, ma dall’altra è molto complicato. Soprattutto nella vita privata. Quando giochi ti esponi, ma rimane là. Era il mio lavoro, lo facevo e basta. Ma la vita privata, come ho già detto è molto limitata. Dovrei andare a Cuba, lontano dal mondo. Perché in città come Londra, Madrid, Barcellona quando vado in vacanza è un massacro. Anche in Cina. Spero che tra dieci anni sarà più tranquillo. Spero si dimentichino di me anche a Roma. Non si sa mai, magari ingrasso e perdo i capelli. Potrebbero anche non riconoscermi.

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